Teatralmente Teatri della salute

DSM Bologna
Miseria e nobiltà

di Nanni Garella

da Eduardo Scarpetta

con Vito, Umberto Bortolani e Nanni Garella

e con gli Attori di Arte e Salute

regia Nanni Garella

scene Antonio Fiorentino
luci Gigi Saccomandi

Una produzione Nuova Scena Arena del Sole Teatro Stabile di Bologna e Associazione Arte e Salute

Note di Nanni Garella

La lingua teatrale italiana, a differenza di altre lingue neolatine, possiede un altissimo grado di convenzionalità; è meno parlabile di altre lingue europee, meno elastica, meno espressiva.
La ragione di questa debolezza risiede molto probabilmente nella genesi stessa dell’italiano come lingua, oltre che nella frammentazione politica dell’Italia dalla caduta dell’impero romano all’unità.

La nostra Babele linguistica post-latina fonda almeno quattro o cinque ceppi linguistici, che nei secoli diventano lingue a tutti gli effetti e hanno espressione letteraria, in epoche diverse fino al Novecento. E la nostra letteratura ha sempre rapporti diretti o indiretti, comunque molto stretti e fondanti, con i dialetti. È una particolarità tutta italiana quella della nascita e dello sviluppo di una lingua nazionale che non riesce a sciogliere, per così dire, i suoi nodi dialettali.

Non a caso molti grandi autori teatrali italiani hanno scelto, grosso modo, due strade nell’uso della lingua: o il dialetto tout court (Ruzante, Goldoni, Scarpetta, De Filippo) o una sorta di costruzione/traduzione dalle lingue dialettali (Verga, Svevo, Pirandello, Alfieri).

La lingua del Teatro deve per necessità essere comprensibile, diretta, parlabile; ed è naturale che gli attori e gli autori teatrali affondino le mani nel loro retroterra linguistico popolare, nelle parole e nei modi di parlare della loro infanzia o dell’infanzia dei loro personaggi. Ecco: l’infanzia della nostra lingua, di quella che abbiamo ascoltato e parlato da bambini è il luogo poetico per eccellenza in cui è stata creata, costruita ogni volta la lingua del teatro italiano. Quasi sempre gli autori italiani sono costretti a creare, non solo forma, ma anche lingua.

È il caso di questa nuova edizione di Miseria e nobiltà: un’opera tradotta in lingua bolognese da una commedia in lingua napoletana, a sua volta tratta da una commedia francese.

Da anni il tema delle diversità attraversa il mio lavoro: diversità come handicap fisico o psichico, diversità come povertà ed emarginazione, ma anche diversità linguistica. Ai margini della cosiddetta società del benessere - che più tale non sembra - nelle periferie sterminate di città senza volto, senza fognature, senza farmacie, senza biblioteche, vivono schiere di abitanti emarginati, declassati, poveri.
Immagino quel mondo quando penso a Miseria e nobiltà . Un mondo affamato, disperato, violento; e allo stesso tempo vitale, ricco di fantasia e di speranze.
E cerco di ascoltare il suono caotico di una lingua popolare, di un dialetto vivo, non ancora appiattito dall’italiano televisivo. È una lingua lessicalmente povera, un po’ sgangherata, inascoltata dalla letteratura contemporanea, eppure così piena di significati imprevedibili, di parole sonore come musica.
Ho tentato più volte, nei miei spettacoli, di rivitalizzare la lingua teatrale italiana attraverso la grande tradizione dialettale (Arlecchino, Ista laus, Campiello, Il medico dei pazzi) cercando di rintracciare, nel calderone linguistico del nostro paese, una tessitura comune di parole, una radice della nostra identità nazionale.
Miseria e nobiltà mi dà occasione di continuare questo lavoro sulla lingua dialettale, in particolare quella bolognese, che non mi appartiene per nascita, ma che ho imparato ad ascoltare e ad amare.

Programmazione

Programma in corso di definizione.