Spettacolo culto del Novecento, La classe morta è sconosciuto alle giovani generazioni e a chi non ha potuto vederlo nelle sue tournée italiane, perché, dopo la morte del suo autore, Tadeusz Kantor, non è stato mai più rappresentato.
Il geniale pittore e regista polacco ha lasciato un segno indelebile nel teatro e nell’arte dell’ultimo scorcio del secolo passato, costruendo una delle più inquietanti rappresentazioni del rapporto imprescindibile dell’uomo con la morte, tema che, a parere di Kantor, la società contemporanea rifugge dall’affrontare, per rincorrere una vita di facili e avide conquiste di benessere materiale.
Lo sviluppo di questa bellissima e toccante partitura scenica è affidato a una dozzina di vecchietti, persone ormai trapassate in una sorta di limbo: l’aula scolastica, nella quale essi hanno trascorso i giorni ineffabili dell’infanzia, i giorni che tornano solo nei ricordi, a volte vividi e pieni di energia, a volte stanchi e melanconici, a volte lancinanti come cose irrimediabilmente perdute.
Il risultato è che questa rappresentazione della morte si trasforma in un trepidante, violento, commovente inno alla vita; una vita tutta ormai vissuta che ritorna nella sua pienezza solo a patto di fare i conti con il nulla della morte.
Ho pensato di affidare la testimonianza di questa gigantesca tragedia moderna agli attori di Arte e salute, nella convinzione che essi siano tra i pochi interpreti possibili de La classe morta.
L’infanzia ha per loro un significato molto particolare: forse più che per altri, essa è separata dal resto della vita, come divelta dallo scorrere naturale della maturazione e dell’età; e sarà per loro più facile che per altri rappresentare la bellezza e l’insostituibile pienezza di felicità del mondo perduto dei banchi di scuola.
Nanni Garella
PREMIO ANIMA 2013 A NANNI GARELLA PER "LA CLASSE"
PREMIO DELLA CRITICA 2013